Kosovo 2002

Missione in Kosovo.
Siamo fermi da un quarto d’ora al check-point, in attesa che arrivi il nostro turno. Sotto di noi si apre la grande e fertile pianura del Kosovo. Abbiamo appena attraversato la terra di nessuno che divide l’amministrazione serba da quella dell’ONU al confine tra il Montenegro e la regione secessionista.
Questa striscia di qualche chilometro è percorsa dall’unica arteria che consente alle merci provenienti dal Kosovo di arrivare al mare senza passare dalla pericolosa Albania. La strada è punteggiata di distributori di carburante: qui, a 1800 metri  di altezza, in mezzo al bosco di conifere, non devono pagare tasse a nessuno.
Ad un certo punto la nostra attenzione è attratta da un camion accostato al lato della carreggiata. Dal mezzo degli uomini prendono delle casse e le caricano sui muli, che prendono la via della montagna in una lunga fila. Sotto i nostri occhi, con la massima naturalezza, si svolge una operazione di contrabbando.
 - Sembra di essere in un film - è il commento di Marco.
La descrizione è azzeccata, e la sensazione di essere spettatori di avvenimenti che sembrano svolgersi sulla scena di un lungometraggio ci accompagnerà durante tutta la nostra permanenza in terra kosovara.
C’è davvero tutto quello che ci si potrebbe aspettare da una storia di avventure: i contrabbandieri, le multe pretestuose dei poliziotti montenegrini, le case svuotate dalla guerra, il sottobosco di faccendieri locali, personaggi a metà tra il patriota e il protettore. Tra questi un quarantenne dinoccolato, coda di cavallo e occhiali scuri: sceso da una mercedes anni ’70 e accompagnato da minacciose guardie del corpo, non sembrava proprio il miglior esempio di ministro della gioventù, qualifica con la quale si è presentato a noi!
Ma cosa ci facevano due speleologi sardi in mezzo a uno dei teatri appena pacificati della crisi balcanica?
Se lo è chiesto più volte mia mamma (che non voleva lasciarmi partire), forse anche mia moglie, è lecito che ve lo domandiate anche voi. La risposta è ovvia:  calcare, calcare  in enorme quantità, potenti risorgenti e nessuna notizia di esplorazioni.
Questo raccontavano Rosi e gli altri amici dello Speleoclub Orobico (Bergamo) durante una cena omerica in agro di Sestu in occasione della vacanze di Pasqua del 2002. La prospettiva era davvero ghiotta. A me e a Marcolino brillavano gli occhi. Mano al vino, e, se serve, ai coltelli.
... Per farla breve, per avere la possibilità di far rientro sani e salvi (non il fegato, però, messo a dura prova dal rosso cannonau) nella brumosa Lombardia, gli amici bergamaschi hanno dovuto promettere di portarci con loro. Ecco, dunque, la cronaca, spelelogica ma non solo, della spedizione Kosovo 2002, organizzata dal Cai di Bergamo con la partecipazione del Cai di Cagliari.

La spedizione.
A Bergamo il volontariato è molto attivo. C’è un tessuto sociale vivo che si è distinto in molte attività di assistenza. In Bosnia, mi raccontano, i bergamaschi erano i primi immediatamente dietro le linee del fuoco, pronti a dare aiuto ai profughi della guerra. La ex Jugoslavia è stato da subito un obbiettivo delle iniziative umanitarie. Un gruppo di associazioni, che vanno dalla Caritas alla CGIL, ha costituito <<Bergamo per il Kosovo>>, esempio di cooperazione senza ideologie. Dentro c’è anche il Cai, chiamato a propagandare la cultura della montagna. Si opera in una scuola elementare di Peje (Pec in serbo), un grosso villaggio di oltre 50.000 abitanti vicino al confine col Montenegro. Il luogo è popolato di ragazzi molto giovani che partecipano a un programma di integrazione tra i pochi serbi rimasti e la popolazione locale. Stanno lì per una quindicina di giorni, qualcuno di più.
Proponendo un corso di alpinismo e un corso di introduzione alla speleologia anche noi possiamo contribuire alla rinascita civile del Kosovo.
Il trasferimento da Cagliari a Peje è già un’avventura. Ci incontriamo con i bergamaschi ad Ancona, dove ci imbarchiamo in nave fino al porto di Bar, nel Montenegro. Poi in furgone ci inerpichiamo attraverso il meraviglioso parco del Durmitor, aggirando l’Albania. Infine, dopo un giorno e mezzo di viaggio, Peje.

Il Kosovo.
Il primo approccio sgretola i luoghi comuni. Non c’è attualmente un reale pericolo. C’è delinquenza, ma di alto livello, e non infastidisce gli stranieri. Nelle strade si passeggia fino a tardi e l’ordine è assicurato dai nostri soldati. Tra loro molti sardi, come c’era da attendersi.  Il posto è favoloso. Percorriamo alla ricerca di grotte la valle Rugova, boschi fitti e montagne alte fino a 2500 metri. Fra qualche anno ci verremo a sciare, quando le cose si metteranno meglio.
Se si metteranno meglio.
Serbi e kosovari si odiano, ciascuno con le sue buone ragioni, e la forza internazionale non può lasciare il paese. Vicino a un monastero serbo vedo chiari i segni delle pallottole lasciati durante un assalto respinto dal contingente italiano. I nostri soldati montano la guardia giorno e notte a protezione dei pochi monaci ortodossi rimasti.
I kosovari sono brava gente, contadini e operai educati nella evoluta Jugoslavia. I ragazzi del corso sono interessati ma completamente ignari della spelelogia. Qui la facevano solo i serbi, e venivano da Belgrado.
I risultati sono ottimi anche sul piano umano. Alla nostra partenza abbiamo lasciato loro il materiale, quando torneremo, andremo in grotta insieme.

L’esplorazione.
La campagna di ricerca ha permesso di accertare le enormi potenzialità del bacino carsico kosovaro.
Nella zona avevano già condotto intense ricerche i serbi e i cecoslovacchi, che avevano esplorato alcune aree molto circoscritte. Tutto però si è fermato nel 1995, allo scoppio dei primi disordini.
Per ragioni di tempo abbiamo limitato le nostre osservazioni a due grandi risorgenti, dalla portata d’acqua veramente notevole.
Dapprima abbiamo prestato attenzione dalla Shpella e Radicit, che è l’unica cavità di cui risulta pubblicato un rilievo di modesto sviluppo. La visita si è svolta negli ambienti già noti, che chiudono con dei sifoni. L’impressionante fiume che sgorga dalla grotta ci ha convinto della necessità di cercare altri accessi sulla montagna sovrastante.
Nella valle Rugova abbiamo poi esplorato una grotta che si apre poco al di sopra di una evidente risorgente. Il condotto iniziale, una galleria scavata a pressione, presentava segni di frequentazione e la notizia che si trattava di una postazione dei serbi durante la guerra ci ha causato qualche timore. Abbiamo percorso più due chilometri, scoprendo in seguito che le esplorazioni dei cecoslovacchi erano arrivate a 12.000 metri di sviluppo.
Il bottino della spedizione è stato completato dall’esplorazione di un piccolo cunicolo allagato in parete, sempre nella valle Rugova, e di un pozzo nella zona di Pristina.

(Massimiliano Piras)

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