Alla Gouffre Berger (FR)

Prologo.
A Chamonix? Turismo chic e alpinisti della domenica? Viaggio in traghetto e fila al traforo?
Mai! Mia moglie doveva proprio scordarselo l’invito della zia, che, come ogni anno, ha affittato una casa ai piedi francesi del Monte Bianco e, soprattutto per vedere le nipotine, ci magnifica i benefici dell’alta quota.
Mi spiace per lebambine, non cederò.
Ma l’altro giorno è arrivata l’e-mail di Pepe: "Caro Massimiliano - scrive suadente il mio amico spagnolo - ho organizzato una visita all’abisso Berger. Vuoi partecipare?"
La Berger? La mitica Gouffre Berger? La grotta che,insieme alla Pierre Saint-Martin, abisso senza fondo dei Pirenei, aveva acceso la mia immaginazione durante il corso di speleologia che si teneva al Cai, nel 1979, nella vecchia sede di via Principe Amedeo? Proprio lei, a un passo da Grenoble, circa 200 chilo¬metri da Chamonix …

- Annalisa, si parte, le bambine hanno bisogno della montagna! -

Chi è "La Berger"?
L' abisso Berger, La Berger, che prende il nome da uno dei suoi primi esploratori, è una grotta a sviluppo prevalentemente verticale che occupa un posto speciale tra i grandi abissi carsici. Dal 1954 al 1963, strappandolo proprio alla Pierre-Saint Martin, ha avuto il titolo di grotta più profonda del pianeta, ed è proprio lì che per la prima volta gli speleologi hanno condotto una esplorazione fino a oltrepassare i mille metri sotto terra. Attualmente il fondo è collocato a meno 1122 metri, dove un sifone allagato scende ancora fino a meno 1273,una misura che la pone al ventottesimo posto di una classifica guidata dall’abisso Voronja-Krubera, in Abkazia, che giusto lo scorso gennaio ha raggiunto i 2195 metri di profondità.
Con questi numeri la grotta non poteva che esercitareun fascino straordinario sui giovani speleo sardi deglianni ’80, che come paragone avevano il Golgo, un pozzo spettacolare che si inabissa per “soli” 270 metri(ma, caratteristica rarissima nel mondo, con un unico salto) nel cuore delle montagne di Baunei.
Non è solo il record a rendere famosa la Berger.
Nei quasi 25chilometri di sviluppo, dall’ingresso, alla quota di circa 1400 metri alla bella risorgente di Sassenage, alterna pozzi, gallerie, fiumi e laghi che ne fanno una delle più belle e visitate mete speleologiche di Francia.
Tanto frequentata che l’accesso è regolamentato da un permesso rilasciato molti mesiprima. Le visite, infatti, sono concentrate nel periodo estivo, perché la grotta è soggetta a piene improvvise e pericolose. Per questo la sua fama è anche sinistra: laBerger è teatro dimolti incidenti (praticamente uno all’anno) e in sei occasioni, l’ulima volta nel’96, l’acqua e ilfreddo sono stati fatali ai visitatori.

Si parte!
Grato dell’invito che mi permetteva poter visitare un luogo così importante per la storia della speleologia, lascio Chamonix e l’Alta Savoia e mi dirigo alla volta del Vercors, straordinario massiccio calcareo nelle prealpi occidentali francesi, solcato da profonde gole e coperto di verdissime foreste. Il viaggio si snoda lungo il corso dell’Isère fino al rifugio di Feneys, presso Autrans, a cinquanta chilometri da Grenoble, dove mi aspettano gli amici francesi e spagnoli.
Il tempo di salutarci e si parte per la grotta, che raggiungiamo dopo un’ora di cammino.
Entriamo in due, verso le 11 del mattino. Al primo salto, di pochi metri, mi accoglie un grosso blocco di ghiaccio, sopravvissuto dell’inverno, a ricordarmi che la temperatura interna è di circa sei gradi.
Il percorso è stato già armato nei giorni precedenti dalle squadre che hanno meticolosamente preparato l’attacco ai meno mille, e, con gli zaini praticamentevuoti, non dobbiamo fare altro che goderci la progressione.
Filiamo rapidissimi attraverso salti di 40 e50 metri, un bellissimo meandro e una imponente galleria.
La grotta è spaziosa e bella come era stata descritta:le concrezioni non abbondano, ma gli ambienti moltograndi e le condotte scavate dalla pressione dell’acqua appagano la vista del visitatore. In certi punti si può fare un paragone con la nostra Su Bentu, alla quale la rassomigliano le grandi colate di calcite, i colori e la sequenza di saloni fossili.
Il pozzo Aldo è un vero divertimento: mi posso calare per 50 metri metri senza incontrare un frazionamento, nel più completo silenzio, con la parete che si allarga sotto i mie piedi nel più classico esempio di morfologia a campana. Quasi dimentico che è uno dei posti più pericolosi della grotta, dove le ondate di piena sommergono ogni cosa senza dare scampo ai malcapitati che si sono fatti sorprendere dall’acqua.
Un brutto pensiero, ma dura un attimo. Fuori brillava un bel sole e si può continuare la discesa.
In un attimo siamo a meno 400, alla grande frana, ungigantesco ammasso di blocchi che ci rallenta un poco,poi ancora veloci arriviamo a meno 500, alla Sala dei tredici. Qui incontro il gruppo che ha raggiunto il fondo, a -1122. Stremati cercano di prendere sonno nel bivacco di fortuna, ma si fa in tempo a scambiare due chiacchiere. Pedro, uno speleologo portoghese che fa parte della compagnia è deluso: pochi giorni prima un suo connazionale ha raggiunto i meno mille, in Messico, togliendogli il gusto di essere il primo lusitano a
vantare questo platonico record. Anche io speravo discendere ancora, ma la parte di grotta a valle del bivacco è già stata disarmata, ed è opportuno ripartire. Mi devo accontentare di questo mezzo chilometro sotto la Francia, che, però, tronfio come uno scolaretto, porterò al Cai come un piccolo trofeo.
Ed è stato un bene rinunciare. Il ritorno è decisamente meno turistico della discesa fatta appena due ore prima. Dopo aver portato qualche sacco alla base delle corde, modestissimo contributo alla riuscita dell’impresa, cominciamo le lunghe risalite sui pozzi. Ho mangiato poco e anche per questo la fatica si fa sentire. Ma come mai quel saltino di 40 metri ora è lungo almeno il doppio? E perché ce ne sono tanti, molti più che all’andata? Ora i tratti in corda sono davvero impegnativi. Resto indietro ai miei compagni, da solo, a dosare le forze e a contare ogni pedalata che mi avvicina, piano, troppo piano, all’irraggiugibile uscita.
Lo ammetto, quando alle tre del mattino ho visto brillare le stelle in cima all’ultima corda, ero arrivato al limite delle possibilità di un ultraquarantenne poco allenato.

(Massimiliano Piras)

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