La mia prima volta, alla Donini.

Che la Donini sia una grotta affascinante l'ho letto un pò in tutti i siti che parlano di speleologia, ma... percorrerla, nuotarci dentro e concluderla con la calata di Su cunn'è s'eba è sicuramente un'emozione difficile da raccontare. Ma ci tenterò lo stesso.

Giovedì 7 maggio (2009) Marcolino, Manuela, Gabrielino ed io dopo un'ottima pizza a Sant'Avendrace siamo partiti alla volta di Urzulei.  Erano le 23 circa, quindi, tra una cosa e l'altra abbiamo montato le tende, poco dopo Campos Bargios, alle tre del mattino.
Alle 7.30 la prima sveglia è offerta da Gabrielino... musica house becera stile Eurogarden dei migliori anni. La seconda alle 8.30 è decisamente più light. Ci siamo alzati, fatto colazione, smontato le tende e partiti verso Sedda Arbaccas. Dopo pochi minuti eravamo già con le mute nuove di fabbrica in mano pronti alla vestizione. Io, oltre alla muta 5mm con guanti e calzari ho incingiato anche la nuova bomboletta ALP in acciaio, che mi ha fatto dannare non poco prima di capirne il funzionamento. Tra le altre cose anche maschera e boccaglio, per non perdere nulla, neanche ciò che c'è sotto l'acqua.
Partiamo alle 10.45 circa e alle 11 siamo già all'imboccatura della grotta, sul greto antico della Codula Orbisi. Scendiamo sugli armi lasciati lì dagli organizzatori della festa di Urzulei per circa 7 metri, entriamo nella strettoia a destra e scendiamo ancora per una decina di metri su corda. Comincia la serie di vaschette colme d'acqua che ci portano al salto di 17 metri che porta al collettore principale della grotta. Scende Gabrielino, Manuela, io, Marcolino ed ecco il fiume sotterraneo, fresco e profondo. Incontriamo un gruppo che proviene dall'alto, anche loro in grotta di venerdi!! Gli ambienti si fanno più ampi, si prosegue per un pò a nuoto poi ennesimo salto. Qualche critica da parte di Marcolino sulla preparazione dell'armo che viene prontamente modificato poi scendiamo tutti e tra laghetti smeraldini, scivoli, toboga, calate e disarrampicate superiamo anche il lungo lago di 200 metri senza accorgercene.
La sensazione è fantastica, il soffitto si perde nel buio e per naturale prosecuzione indosso la maschera e mi faccio un lungo tratto con la testa sott'acqua. Il fondo si alterna tra zone "basse" appena visibili alla luce dell'elettrico a buchi neri profondissimi. L'acqua è trasparente ed è uno spettacolo vedere gli altri che sgambettano nel buio quasi fossero sospesi nel nulla. Peccato non aver trovato la custodia sub per la mia compatta :( .  Abbiamo spendo tutti le luci e per un minuto siamo rimasti al buio, in grotta, in acqua... una sensazione particolarissima.
Dopo l'ennesima calata di circa 15 metri direttamente in acqua, comincia una sezione asciutta con ambienti più ampi che portano ad una piccola cascata di circa tre metri da fare in opposizione. La grotta si restringe, siamo sempre in acqua che passiamo da una vasca all'altra e all'improvviso in alto, molto in alto, appare la luce tagliente del mondo esterno e poco dopo l'acqua da nera diventa di un verde smeraldo degno solo delle migliori cale ogliastrine. Lo spettacolo raggiunge il suo culmine, quando, dopo l'ultima curva, si apre una profonda piscina irrorata dai raggi del sole che entrano direttamente dall'alta fessura di Su Cunn'è s'eba. Dopo svariati cazzeggi degli da parco acquatico e pose fotografiche ci buttiamo a peso morto sulla vasca sottostante con un urlo liberatorio che da ore era soffocato in gola.
La preparazione dell'ultimo salto, quello importante da 50 metri è appannaggio di Gabrielino. Io e Manuela preferiamo usare il buon vecchio discensore speleo su corda singola, quindi viene predisposto un armo fisso. Scende Gabrielino, Manuela e tocca a me. Con mia sorpresa l'esposizione al vuoto non mi provoca lo sconvolgimento emotivo che mi aspettavo, anzi, in piedi sul tronco (che sfida la gravità uscendo per più della metà dalla roccia), mi guardo in basso e in alto, mi studio la traiettoria e mi preparo alla discesa in attesa che venga gridato il libera dal basso.
Dopo una sosta su chiave a metà strada per liberare la corda che si era incastrata su un alberello secco raggiungo anche io il lago sottostante. Ma non è ancora finita, altri 10 metri di corda ci porteranno all'ennesima vasca d'acqua. Questa volta, l'armo è su naturale. Sono le 18 e siamo tutti giù entusiasti. Il rientro alle macchine è tremendo, un'ora e mezzo di salita con indosso ancora muta, calzari in neoprene colmi d'acqua, tuta, imbraco e sacche. Ma nonostante questo la voglia di tornare è tanta.
Siamo rientrati a Cagliari poco prima dell'una.
 

Antonio Palumbo

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